Il delicatissimo passaggio dalla giovinezza all’età adulta è un tema ricorrente nella storia della letteratura. La trasformazione dell’individuo durante la sua evoluzione, il contrasto con la società, le disillusioni e le conquiste sono stati analizzati e descritti da svariati romanzieri, i quali hanno dato vita al cosiddetto romanzo di formazione. Il novecento non fa eccezione, ma si differenzia dal secolo precedente anche nella realizzazione di questo genere romanzesco. Potremmo dire che gran parte degli scrittori del XX secolo ha elaborato una specie di romanzo di non-formazione, nel quale il contrasto dell’uomo col mondo dà il via a un processo di degradazione e distruzione. Oltre il confine dell’adolescenza vi è la perdita del luogo, del significato e dell’integrità personale; fuoriuscendo dalla culla dell’infanzia non c’è che abbandono e vagabondaggio. Non è facile trovare il primo esempio di questo fenomeno di ribaltamento che pone fine al romanzo di formazione come opera positiva di sviluppo dell’uomo. Forse Céline, scrivendo Viaggio al termine della notte, ha creato un nuovo romanzo di de-formazione.

Uno scrittore italiano che si è occupato del confine tra giovinezza ed età adulta è stato Cesare Pavese. In opere come La bella estate, oppure Il diavolo sulle colline, Pavese ha rappresentato il dramma del superamento dell’infanzia, superamento tutt’altro che positivo, segnato da delusioni, tradimenti e abuso di alcolici. Sempre in Italia, Elsa Morante ha descritto tutte le tragiche illusioni che un bambino prova scontrandosi con la realtà. L’isola di Arturo è, infatti, un romanzo sull’impossibilità di una vita autentica al di fuori del sogno della fanciullezza, un’impossibilità racchiusa in un verso della poesia che fa da esergo al libro: “fuori del limbo non v’è eliso”.

C’è però uno scrittore che più di tutti ha saputo condensare in un’opera il senso di smarrimento di un’intera generazione, opera che estremizza la perdita dell’innocenza dell’uomo. Jack Kerouac, con Sulla strada, ha scritto un romanzo sulla disintegrazione e sulla perdita, mostrando con una forza difficilmente eguagliabile l’impossibilità di trovare un luogo e un significato alla propria esistenza. Il viaggio, la fuga dalla propria casa, l’abbandono del paese natale, sono azioni che aprono le porte alla disperazione, alla degradazione, alla violenza. Sulla strada, vero e proprio romanzo di deformazione, è la storia degli uomini che mirano a un senso nuovo, a una vita propria, vera e autentica, e che finiscono per raccogliere detriti e malinconia in un vortice di alcolismo, con alle spalle la tragedia di una casa mai trovata.

E così scopriamo un erede di questa rappresentazione letteraria, uno scrittore che negli anni ’90 ha composto una trilogia dedicata alla perdita dell’innocenza, mantenendo vivo il senso di dissoluzione che deve affrontare colui che si scontra con il mondo. Cormac McCarthy, con Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses, 1992), ha scritto la storia di un ragazzo che decide di lasciare la propria dimora per avventurarsi in Messico in compagnia di un amico. È un viaggio che nasce così, in modo avventato e quasi superficiale, con quell’ingenuità tipica della gioventù che cerca un paradiso fuori di casa per poi trovare unicamente violenza e incomprensione.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, è un sedicenne texano cresciuto in un ranch ormai prossimo alla vendita. I genitori sono divorziati, e con loro il legame è ambiguo e freddo. Decide così di partire a cavallo per il Messico assieme al suo amico Rawlins, senza avere uno scopo preciso, né un’idea chiara di quello che farà. Un’emozione però accompagna i due ragazzi, quella potente suggestione che nasce nel cuore di ogni giovane che immagini un viaggio fuori casa, un viaggio che porti a scoprire nuove terre e nuovi uomini, ma soprattutto un senso autentico da catturare. La realtà sarà invece molto diversa, e riserverà ai ragazzi ostilità e brutalità: l’elettrizzante mondo immaginato si rivela un inferno di corruzione e violenza.

Il viaggio di Grady Cole e di Rawlins è un viaggio verso la crudeltà e la spietatezza, tra la corruzione della polizia messicana e l’omicidio di un bambino, fino alla reclusione nel carcere di Santillo, un microcosmo abitato da assassini ed esseri dannati. Non c’è salvezza, non c’è equilibrio nel mondo reale. Ma, soprattutto, non c’è alcun significato in grado di tracciare uno schema della nostra vita. Il confine che separa il Texas dal Messico è lo stesso confine che separa l’innocenza del protagonista dall’età della colpa e del tormento. Le cicatrici che deturpano il volto di John Grady in seguito alle violenze subite in carcere sono la traccia fisica e metaforica del superamento della linea di confine.

Il mondo descritto in Cavalli selvaggi è un buco nero creato per inghiottire gli uomini, un desolato non-luogo dove pietà e giustizia sono assolutamente irrilevanti. Quando si arriva verso la fine del libro, un dialogo tra John e Rawlins allude alla perdita di identità che caratterizza la maggior parte dei soggetti letterari novecenteschi. Questa perdita viene evidenziata da McCarthy attraverso l’impossibilità di ritagliarsi un posto nel mondo:

Rawlins andò a prendere il cavallo e lo guardò.
Qual è il tuo paese?
Non lo so, rispose John Grady. Non so dov’è. Non so dove sia andato a finire.

Quale terra può permettere all’uomo di crescere? Esiste ancora nel mondo un luogo dove sia possibile costruirsi un’identità? McCarthy penetra il dramma dell’estraneità, il dramma dell’essere straniero, un fenomeno divenuto tòpos nella letteratura europea novecentesca, e lo ripropone in tutta la sua forza. Il rapporto tra l’uomo e il mondo è infranto. L’unico modo per comprendere la realtà è fraintenderla, e l’opera di McCarthy non soltanto racchiude nel mito del viaggio e del superamento dei confini la cifra di questo fraintendimento, bensì svela infine come l’unica meta che possiamo raggiungere sia la bellezza; una bellezza distrutta, certo, ma pur sempre vera nel suo donarsi. Sta al singolo uomo, poi, scoprire con quale forma essa si manifesti. Per il protagonista di Cavalli selvaggi un frammento di bellezza si trova negli occhi di Alejandra, così come nella primordiale libertà dei cavalli. Non importa tanto dove essa si nasconda, quanto comprendere che non si dà bellezza senza tragedia. Questo è davvero un pensiero che attraversa tutta la storia dell’uomo, e anche John Grady Cole, al termine del suo viaggio, come tanti eroi e antieroi della letteratura, “pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore”.

Marcello De Blasio / Cavalli selvaggi, C. McCarthy, Einaudi, Torino, 1996, 299 pp.

Cormac-McCarthy